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sabato 8 giugno 2013

LE FERITE



Ci sono ferite fisiche e ferite emozionali. Quelle fisiche, di solito, sono più facili da guarire, a differenza di quelle della psiche, che lasciano solchi profondi. E' proprio da questi solchi traumatici che nascono delle nuove attitudini comportamentali. A volte fatte di rabbia, a volte di difesa, a volte di fuga e tuttavia caratterizzate dalla incapacità del confrontarsi con gli altri. A volte le persone fuggono per paura di soffrire e non si preoccupano della sofferenza che lasciano dietro alle loro spalle, incuranti e poco sensibili della vita altrui. Può capitare che  le persone feriscano perché sono state a loro volta ferite e non sono riuscite a curare in profondità il loro dolore, il loro stupore, la loro impotenza. A volte le persone feriscono per noncuranza, per mancanza di sensibilità, per la voglia di dominare sugli altri. Ci sono persone che, a causa delle ferite, si imprigionano ancora di più nel loro ego più piccolo, divenendo a loro volta piccoli, nei comportamenti. Altri, in seguito al dolore, divengono più sensibili e capaci di entrare nel dolore degli altri e di volerli aiutare a sollevarsi dallo stato di prostrazione nel quale sono. Un essere umano è tale quando si compenetra nell'altro e spende la sua vita per cercare di portare, in maniera umile, conforto, di aiutarlo ad uscire dalla spirale del dolore. Quando una persona sta male pochi sono disposti ad aiutarla, oramai anche il dolore è diventato una sorta di speculazione per arricchirsi. Invece ognuno di noi dovrebbe usare la sua forza di volontà per sollevare le sorti di chiunque può incontrare nel suo percorso di vita. Si possono incontrare persone che non desiderano affatto essere aiutate. Bene, allora bisogna accettare con serenità, il fatto che quella persona può non essere pronta per ricevere aiuto, oppure non siamo noi le persone più adatte a porgerle una mano. Ogni nostra azione positiva mette un seme nella vita dell'altro ed anche nella nostra e non dobbiamo preoccuparci di quando il seme germoglierà. Così ogni nostra azione negativa, volta a creare sofferenza negli altri esseri, mette un seme ed invece, qui, dovremmo preoccuparci di quando il seme germoglierà. Un antico detto dice. "Fai il bene e scordati. Fai il male e ricordati". Ricordarci del bene fatto potrebbe far accrescere in noi la presunzione di essere superiori agli altri e quindi non incentivare la manifestazione di un animo nobile. Al contrario, dovremmo ricordarci del male che abbiamo fatto o che facciamo, perché per quanto cerchiamo di seppellire i ricordi, solo un sincero pentimento e quindi la comprensione dell'errore, potrà dare pace alla voce della nostra coscienza.
Nessuno può evitare di cogliere i frutti delle proprie azioni, per questo lo yoga ci insegna la pratica di AHIMSA, ovvero la non violenza a nessun essere che abbia la mente. Infatti è la mente che crea la sofferenza. E' solo purificando la mente che possiamo divenire delle persone elevate interiormente. 
Il consiglio? Iniziare a praticare la non violenza. Prima di agire chiedetevi se quell'azione segue il percorso del Dharma universale, ovvero delle leggi universali. Soppesate i pro e i contro. La fretta, la chiusura, l'impazienza, non creano quasi mai delle azioni dai frutti dolci. Dovremmo cercare, per quanto ci è possibile, di non essere causa di sofferenza e di lacrime per gli altri ma, al contrario di gioia e sorriso".
Adriana Crisci

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